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Mi chiamo Italia, una Storia al Femminile
03 maggio 2012
03 maggio 2012§Mi chiamo Italia, una Storia al Femminile

Officine micrò ha incontrato Paolo (Pai) Dusi, regista dello spettacolo teatrale “Mi chiamo Italia, una Storia al Femminile”, nato dalla collaborazione con gli studenti di quattro istituti scolastici bassanesi e promosso dall'Assessorato alle Pari Opportunità di Bassano del Grappa.

Dodici ritratti per raccontare una storia. Dodici donne che lottarono per affermare i loro diritti umani e paritari. Officine micrò ha incontrato Paolo (Pai) Dusi, regista di “Mi chiamo Italia, una Storia al Femminile”, uno spettacolo frutto della collaborazione tra quattro istituti scolastici, che narra le vicende di alcune donne meritevoli di aver condotto l’Italia verso il difficile cammino dell’emancipazione femminile.

«A settembre 2011 - ci spiega Dusi - sono stato contattato dalla Commissione Pari Opportunità di Bassano del Grappa, interessata ad una collaborazione con me – ho una formazione come artista (progettozero+) e lavoro come regista/videomaker, su tematiche sociali e di “genere” - allo scopo di fornire un’identità teatrale ad un progetto didattico svolto da quattro scuole superiori del bassanese (i licei G.B.Brocchi e Da Ponte; gli istituti Itis ed Einaudi)».

 L’intento principale era quello di dare una resa comunicativa pubblica ad una ricerca scolastica svolta nell’ambito del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, le cui dinamiche di approfondimento riguardavano la figura femminile, dando rilievo, attraverso lo spettacolo, a quelle donne che - come sottolinea il regista - «hanno lottato per la libertà e i diritti di tutte le donne nel nostro Paese».

 «Il lavoro è stato un po’ una sfida - precisa Paolo Dusi che ha coordinato, assieme alle insegnanti, un laboratorio di circa 300 studenti, da cui ha scritto un adattamento per spettacolo multimediale, dando vita ad una messa in scena che combinava lettura espressiva a materiale multimediale. «I testi letti dai ragazzi (con 23 ragazze/i coinvolti come attori) erano accompagnati da immagini, foto, video e musiche. Tale intersezione ha reso la narrazione più accattivante, il pubblico poteva trovare il riscontro di quanto enunciato grazie alla proiezione sullo schermo di documenti ufficiali reperiti dall’epoca storica a cui si faceva riferimento, frutto di attente ricerche iconografiche, citazioni, remix di video d’epoca, interviste e composizioni musicali».

Sulla scia del teatro civile si è scelta una scenografia minimale, concentrando l’attenzione sui contenuti, sulle tante vicende storiche raccontate. Un palco essenziale, arricchito dalla sola presenza di leggii, ospitava attori vestiti totalmente di nero disposti in punti diversi. Il copione teatrale, diviso in quattro atti, copriva a sua volta quattro suddivisioni cronologiche: dai primi movimenti femministi di inizi 900’ fino alla situazione della donna all’interno del regime fascista; le donne partigiane e la resistenza, i movimenti femministi Italiani negli anni densi di conquiste tra il 60’ e 70’. Infine un’analisi contemporanea esplicitata dalla figura di Ilaria Alpi (con un intervista telefonica realizzata con la madre, Luciana Alpi).

“Mi chiamo Italia” ha avuto una prima ad aprile, aperta alla cittadinanza, e due successive repliche con gli studenti.
Abbiamo chiesto a Paolo quale fossero stati i riscontri del pubblico:
«Ciò che mi ha stupito maggiormente è stata la reazione dei ragazzi degli istituti. In sala c’è stata una attenzione costante, cosa che non mi aspettavo data la giovane età degli studenti e la tematica non certo facile, questa è stata la prova principale che mi ha fatto capire che lo spettacolo funziona. Questo perché abbiamo proposto una storia priva di retorica. I ritratti descrivono le vite di donne “ribelli”, fuori dagli schemi, donne che si discostano da quelle dinamiche auto celebrative che solitamente caratterizzano una ricorrenza come quella del 150esimo anno di Unità».

Gli argomenti emersi dalla messa in scena non possono non suscitare curiosità o indignazione verso ciò che è stato e che ora ci sembra così lontano. Si parla di quanto fosse difficoltoso alla donna l’accesso alla vita pubblica e all’istruzione nel periodo fascista: «Per rendere l’idea ho remixato in maniera “ossessiva” spezzoni video di parate e adunate fasciste di donne, presi dall’Istituto Luce, su una mia composizione musicale e sonoro preso dai discorsi di Mussolini, proiettati mentre i ragazzi scandivano slogan tipici del Regime come “alla donna va proibita l’istruzione perchè la donna istruita è causa di disagio civile”».

Attraverso il racconto di Adele Faccio si parla della lotta per la liberalizzazione dell’aborto e della libera contraccezione all’interno di un contesto storico, quello degli anni 60’, in cui l’aborto è ancora considerato reato contro la stirpe; con la figura di Franca Viola si entra nella difficile tematica della violenza carnale e del cosiddetto “matrimonio riparatore”: «Ho reperito un documentario del 1979 relativo al primo processo per stupro ripreso dalla RAI – processo quindi   “pubblico” a livello mediatico - nel quale ad un certo punto l’avvocato difensore accusa la donna oggetto di violenza di aver attratto su di sé l’interesse dello stupratore perché, come molte delle giovani donne di allora, rivendicava il diritto ad uscire alla sera, a fare “le cose che di solito facevano i maschi”... E’ stato quasi incredibile scoprire il feroce sessismo ancora presente nel codice penale e civile fino quasi ai nostri giorni: si pensi che vi era la possibilità per lo stupratore, grazie ad un articolo del codice penale abolito solo nel 1981, di espiare le proprie colpe senza conseguenze nel caso di matrimonio “riparatore” con la vittima».

Una lotta civile per la pratica della consapevolezza, questo il messaggio veicolato attraverso “Mi chiamo Italia”.

Il progetto è ora quello di rendere lo spettacolo itinerante:
«Mi piacerebbe - dice Pai - portare lo spettacolo anche in altri circuiti scolastici o in serate pubbliche, con gli stessi ragazzi che per la prima volta si sono ritrovati nei panni di attori e che sono riusciti a ricoprire tale ruolo in maniera eccellente migliorando giorno dopo giorno. Credo si tratti inoltre di un metodo efficace per fare apprendere in maniera alternativa dei concetti, in questo caso riguardanti la Storia d’Italia, che rimangono impressi ancor più di una lezione scolastica. Sono sicuro che gli studenti che hanno assistito alla messa in scena difficilmente dimenticheranno i nomi di Anna Kuliscioff, Tina Merlin, Ilaria Alpi e delle altre protagoniste citate». Erika Vialetto - Officine micrò

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